Categoria: Funzionare a modo proprio: Neurodiversità e Coaching tra struttura e potenziale

Categoria: Funzionare a modo proprio: Neurodiversità e Coaching tra struttura e potenziale

Funzionare a modo proprio: Neurodiversità e Coaching tra struttura e potenziale

Introduzione

Negli ultimi anni si sta progressivamente affermando un cambio di paradigma culturale che mette al centro inclusività, diversità e unicità della persona. Il linguaggio ne rappresenta un indicatore evidente: si pensi all’attenzione crescente all’uso dei pronomi, alla preferenza per il termine “persona” rispetto a “individuo”, o alla revisione in questa direzione di documenti ufficiali come il Codice Deontologico degli Psicologi Italiani. Tuttavia, non si tratta soltanto di un mutamento lessicale. Il cambiamento riguarda un livello più profondo: il modo in cui interpretiamo il funzionamento umano e il rapporto tra salute, contesto e differenza. In ambito sanitario e psicologico, questo spostamento è coerente con il modello biopsicosociale promosso dall’World Health Organization e formalizzato nell’ICF (International Classification of Functioning) (1), che supera una visione esclusivamente medicalizzata della salute per includere dimensioni relazionali, ambientali e partecipative. La salute non è più intesa esclusivamente come assenza di malattia, ma come presenza di benessere, risultato dinamico dell’interazione tra caratteristiche individuali e ambiente.

 

In questa cornice si colloca il concetto di neurodiversità, introdotto alla fine degli anni Novanta da Judy Singer (2), che propone di considerare alcune condizioni del neurosviluppo non soltanto come disturbi da correggere, ma come variazioni naturali del funzionamento umano. Ciò non implica la negazione della sofferenza né delle difficoltà cliniche, ma invita a spostare lo sguardo: dal deficit alla configurazione di funzionamento, dalle mancanze alle condizioni che favoriscono adattamento ed espressione del proprio potenziale.

 

Per decenni, il paradigma dominante ha proposto una lettura fortemente binaria della realtà: sano vs malato, funzionante vs disfunzionale, dentro vs fuori norma. Tale impostazione, coerente con una tradizione medico-nosografica orientata alla classificazione, ha avuto indubbi vantaggi sul piano diagnostico. Tuttavia, ha anche prodotto effetti collaterali: molte persone con funzionamenti atipici – oggi riconducibili a quadri come ADHD, autismo o alto potenziale cognitivo – sono state a lungo etichettate come “svogliate” o “disorganizzate”, con ricadute sull’autostima e sul senso di autoefficacia.

 

La svolta diagnostica, formalizzata nei manuali nosografici come il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5) (3), ha consentito un riconoscimento più preciso di tali configurazioni di funzionamento. Tuttavia, l’evoluzione più recente del dibattito scientifico e culturale sta andando oltre la sola dimensione categoriale, introducendo una lettura dimensionale e funzionale delle differenze neurocognitive (4).

 

È all’interno di questo scenario che si colloca la mia traiettoria professionale. Come tecnico della riabilitazione psichiatrica ho lavorato a stretto contatto con persone con gravi problematiche di salute mentale, con l’obiettivo di sostenere il raggiungimento e il mantenimento della migliore qualità di vita possibile. L’approfondimento clinico come psicologa mi ha fornito strumenti teorici e diagnostici per comprendere la complessità del funzionamento umano. Oggi, come Coach professionista, mi muovo in una cornice che non sostituisce l’approccio clinico, ma lo integra in una prospettiva capacitante: non centrata esclusivamente sulla riparazione del deficit, bensì sulla creazione di condizioni che rendano il funzionamento individuale più consapevole, intenzionale e sostenibile.

 

In questa prospettiva, il Coaching può essere visto come uno spazio culturale e relazionale che legittima funzionamenti diversi e promuove salute e benessere. Spesso, chi si rivolge a un Coach porta con sé una crisi di autogoverno: difficoltà ad organizzare pensieri, emozioni e azioni in modo coerente con i propri obiettivi. La domanda stessa del Coachee riflette questa tensione tra intenzione e funzionamento.

 

Funzionamento cognitivo e ADHD in età adulta

La letteratura scientifica mostra come l’ADHD in età adulta sia più diffuso di quanto a lungo ritenuto, con numerosi casi non diagnosticati e differenze cognitive interpretate per anni come scarsa motivazione o inefficienza (4). Questo dato suggerisce che il problema non risieda esclusivamente nel funzionamento individuale, ma anche nei criteri con cui tale funzionamento viene valutato.

 

Nel caso dell’ADHD adulto, la difficoltà non riguarda l’assenza di capacità cognitive, bensì la regolazione della loro attivazione nel tempo. La persona può comprendere perfettamente un compito, possedere le competenze per svolgerlo e desiderarne il completamento, ma incontrare ostacoli significativi nella fase di avvio, nella pianificazione o nella persistenza sull’obiettivo.

 

Un esempio concreto riguarda la gestione di una scadenza lavorativa. Il compito viene mentalmente analizzato, talvolta anche con precisione, ma l’avvio viene rimandato. L’attenzione si sposta su attività secondarie più stimolanti o immediatamente gratificanti. Solo l’urgenza imminente riattiva il sistema attentivo, con performance spesso elevate ma accompagnate da stress, senso di colpa e autosvalutazione. Non si tratta di mancanza di volontà, bensì di una regolazione discontinua dell’energia cognitiva.

 

Automatismi, flessibilità e pensiero laterale

Gran parte delle decisioni quotidiane è guidata da processi automatici, rapidi e a basso costo energetico, come descritto da Daniel Kahneman (5). Tali automatismi sono estremamente efficienti, ma possono trasformarsi in rigidità quando la situazione richiede un cambiamento di prospettiva.

 

È in questo spazio che si inserisce il concetto di pensiero laterale, descritto da Edward de Bono (6). Il pensiero laterale non coincide con una creatività spontanea o caotica; è piuttosto un processo intenzionale di sospensione degli schemi abituali per generare alternative. È un atto deliberato di deviazione rispetto al percorso lineare (6). In età adulta, tale deviazione richiede regolazione: non nasce dall’assenza di struttura, ma dalla capacità di modulare la struttura stessa. Può essere utile un confronto evolutivo: il bambino utilizza oggetti e concetti in modo fluido perché gli schemi non sono ancora consolidati. L’esplorazione è spontanea. Nell’adulto, invece, gli automatismi sono stabilizzati: la flessibilità non è più spontanea, ma deve essere scelta.

 

Nel funzionamento ADHD, la minore stabilità degli schemi può favorire associazioni non convenzionali; tuttavia, senza una base regolativa, tale variabilità tende a disperdersi (7).

 

Quando la mente non è interamente assorbita dal tentativo di mantenere ordine e coerenza, diventa possibile deviare temporaneamente dal percorso lineare senza perdere direzione. In questo senso, la struttura offerta dal Coaching non limita la creatività, ma la rende sostenibile. La flessibilità non è più dispersione, bensì esplorazione orientata.

 

Un punto ponte interessante riguarda il fenomeno del masking e della compensazione, un insieme di strategie adattive adottate dalle persone con ADHD nel corso della loro vita, finalizzate a renderle più “in linea” con le richieste e con le aspettative dell’ambiente circostante. Fra queste, il perfezionismo può diventare una strategia di camuffamento: aderire rigidamente agli standard per evitare giudizio o disconferma. Esso è più tipico nelle donne adulte con ADHD, spesso diagnosticate tardivamente proprio per la maggiore tendenza all’internalizzazione e all’iper-adattamento (7). Questo aspetto è particolarmente rilevante nel pensiero laterale: sospendere la ricerca della perfezione può liberare la mente verso alternative creative. Come evidenziato da Panniti e Rossi (8), il perfezionismo tende a focalizzarsi su ciò che manca e sull’evitamento dell’errore, con il rischio di immobilizzare l’azione. L’eccellenza, invece, lascia spazio alla sperimentazione e considera l’errore parte fisiologica del processo. Nel pensiero laterale viene sospesa la ricerca della soluzione definitiva per generare alternative. Per chi ha interiorizzato standard rigidi come forma di compensazione, questa sospensione può rappresentare un’esperienza trasformativa: la produzione di idee non perfette diventa legittima.

 

Dal modello riparativo al modello capacitante

Tradizionalmente, l’intervento sull’ADHD è stato impostato secondo una logica prevalentemente correttiva: riduzione dei sintomi, compensazione delle difficoltà, contenimento dell’impulsività. Questo approccio rimane fondamentale sul piano clinico.

 

Tuttavia, in coerenza con la definizione di salute dell’World Health Organization (1), si è progressivamente affermata una prospettiva più ampia, orientata alla promozione del benessere e del funzionamento adattivo.

 

Numerosi studi dimostrano come l’integrazione del Coaching nell’intervento ADHD produca effetti misurabili: aumento del raggiungimento degli obiettivi, miglioramento dell’organizzazione quotidiana e incremento dell’efficacia funzionale complessiva (7). L’adozione di programmi strutturati consente di tradurre strategie psicologiche e terapeutiche in pratiche quotidiane concrete, creando un ponte tra insight clinici e applicazione reale.

 

Tali approcci incarnano un passaggio da un modello centrato sul deficit a uno orientato alle risorse e strengths-based. Il lavoro sugli obiettivi nel Coaching assume una funzione regolativa. Il goal-setting strutturato non è soltanto uno strumento motivazionale, ma un dispositivo organizzativo che rende esplicite le priorità, segmenta il compito in passaggi sostenibili e distribuisce nel tempo il carico esecutivo. L’organizzazione non è più affidata esclusivamente al controllo interno, ma viene sostenuta dal contesto relazionale.

 

Un contributo significativo a tali miglioramenti deriva da un’altra strategia di compensazione “adattiva” riscontrata negli adulti con ADHD: il body doubling (9). Con questo termine si fa riferimento alla “presenza fisica o virtuale di un’altra persona che accompagna un individuo nell’esecuzione di una attività, utilizzata come strategia per aumentare motivazione, attenzione e persistenza, soprattutto in contesti di ADHD e difficoltà esecutive” (9). All’interno di relazioni facilitanti, basate sulla fiducia e assenza di giudizio, e mirate allo sviluppo personale, un effetto analogo si osserva quando il Coachee interiorizza progressivamente la struttura delle sessioni e la voce del Coach come guida interna alle proprie attività. In psicoterapia, infatti, si parla di esperienze intersessionali e rappresentazioni interiorizzate come elementi centrali del cambiamento: il cliente porta dentro di sé aspetti della relazione terapeutica che continuano a operare anche fuori dal setting. La funzione regolativa, inizialmente esterna, diventa progressivamente parte dell’autoregolazione del cliente (10, 11).

 

In questo senso, il Coaching rappresenta una forma di traslazione della psicologia positiva in contesto ADHD: valorizza punti di forza, facilita il funzionamento adattivo e permette di modulare la variabilità cognitiva in modo intenzionale. L’insieme di struttura, feedback e accountability genera un ambiente in cui l’instabilità esecutiva non si traduce esclusivamente in disorganizzazione, ma diventa materia prima per una flessibilità regolata, coerente con le capacità individuali e gli obiettivi del cliente.

 

Conclusioni

Il pensiero laterale, centrale nei processi di Coaching, trova la sua utilità concreta nelle menti non lineari: non solo nelle persone con ADHD, ma anche in individui neurodivergenti o con APC (Alto Potenziale Cognitivo), che hanno bisogno di strumenti per focalizzarsi e organizzare l’attenzione verso obiettivi concreti. È importante sottolineare che il Coaching non serve a far pensare “meglio”, né a rendere le persone più intelligenti o più rapide nel ragionamento. Il suo ruolo è consentire alle persone di pensare secondo il proprio funzionamento, in modo più consapevole, strutturato e intenzionale. Fornisce la cornice esterna che permette di usare la propria mente al massimo delle possibilità, senza pretendere che si adatti a schemi ideali o standardizzati.

 

Quando il contesto cambia, cambia anche la possibilità di funzionare. Il Coach diventa parte integrante del contesto di vita del Coachee, introducendo struttura, strumenti e feedback che rendono più sostenibile l’autoregolazione. In questo ruolo, la competenza culturale del Coach – intesa come capacità di riconoscere, rispettare e lavorare con la differenza – è fondamentale. All’interno dei confini professionali definiti dall’AICP (12), la mia esperienza come Psicologa Coach consente di integrare la conoscenza clinica con l’approccio di Coaching, creando uno spazio sicuro in cui il Coachee può sperimentare strategie adattive e nuove possibilità di organizzazione, attenzione e governo di sé.

 

Una metafora che guida il mio fare professionale è quella della trama e dell’ordito. Il Coachee porta la trama: fili colorati, deviazioni, nodi, aperture impreviste. Il Coaching rappresenta l’ordito: la tensione adeguata, il processo, il ritmo, lo spazio affinché il disegno emerga senza sfilacciarsi. La trama non viene corretta; viene sostenuta perché possa dispiegarsi con coerenza e forza.

 

Bibliografia

1. World Health Organization. (2001). International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). WHO.

2. Singer, J. (1999). Why can’t you be normal for once in your life? Honours Thesis, University of Technology Sydney.

3. American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (5th ed.). APA.

4. Faraone, S. V., et al. (2021). The World Federation of ADHD international consensus statement. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 128, 789–818.

5. Kahneman, D. (2011). Thinking, Fast and Slow. Farrar, Straus and Giroux.

6. De Bono, E. (1990). Lateral thinking: A textbook of creativity. Penguin Books.

7. Bogdańska-Chomczyk, E., Majewski, M. K., & Kozłowska, A. (2025). ADHD in adulthood: Clinical presentation, comorbidities, and treatment perspectives. International Journal of Molecular Sciences, 26(11), 11020. https://doi.org/10.3390/ijms261111020

8. Panniti, A., & Rossi, F. (2012). L’essenza del coaching.

9. Body doubling. In Wikipedia. Recuperato il 14 febbraio 2026, da https://en.wikipedia.org/wiki/Body_doubling

10. Blatt, S. J., & Behrends, R. S. (1987). Internalization and therapeutic action. International Journal of Psychoanalysis, 68, 279–297.

11. Gablonski, T.-C., Herrmann, P. L., & Lüdemann, J. (2023). Intersession experiences and internalized representations of psychotherapy: A scoping review. Journal of Clinical Psychology. https://doi.org/10.1002/jclp.23502

12. AICP – Associazione Italiana Coaching Professionisti. Global Code of Ethics. Retrieved February 14, 2026, from https://www.associazionecoach.com/wp-content/uploads/2025/08/Global_Code_of_Ethics_-_IT_V3.pdf

 

Anna Donnarumma

Psicologa clinica, Coach professionista, Terapista della Riabilitazione Psichiatrica | Lombardia

annadonnarumma.ala@gmail.com

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