Categoria: Il Coaching come atto creativo: uno sguardo oltre il “velo”.

Categoria: Il Coaching come atto creativo: uno sguardo oltre il “velo”.

Il Coaching come atto creativo: uno sguardo oltre il “velo”.

Fin dalla prima lezione del percorso di Coaching, nel momento in cui ci sono state presentate alcune definizioni, sono stato attratto da due parole in particolare: atto creativo.

Le ho riconosciute come qualcosa di profondamente familiare, perché evocano il processo del rendere visibile ciò che prima non lo era. In questo senso, il coaching mi appare come uno spazio relazionale in cui la consapevolezza emerge nel presente, al di là di una logica rigida di causa-effetto.

 

In quanto ingegnere sono sempre stato ammaliato dall’idea di poter spiegare quello che ci accade attorno a noi, ma purtroppo ben presto ho dovuto constatare che quello che ci veniva spiegato attraverso i concetti della scienza classica, così come l’avevo incontrata nel percorso universitario, non riusciva ad offrire strumenti adeguati per comprendere pienamente l’esperienza soggettiva e interiore. Non solo non trovavo spiegazione a quanto accadesse attorno a me, ma soprattutto dentro di me. Che forse, in fondo, sono la stessa cosa…

 

Per questo motivo, dopo il periodo universitario, ho iniziato a cercare nuovi spunti di riflessione, attingendo sia ad antiche tradizioni sia al pensiero di alcuni studiosi contemporanei, spinto dal desiderio di “unire i puntini”. Durante il percorso di coaching, mi è così riemersa alla mente la simbologia del velo di Māyā dell’antica tradizione vedica, incontrata tempo fa in una lettura significativa.

Il velo di Māyā rappresenta l’illusione non come inganno, ma come tendenza della mente a scambiare il fenomeno per la totalità del reale. Superare questo velo significa aprirsi alla possibilità di osservare la realtà senza sovrapporvi automaticamente condizionamenti, paure, giudizi o identificazioni.

 

Durante una sessione di coaching, fin dal momento in cui il coachee porta un tema ed esprime affermazioni come “ho un problema” o “non riesco a decidere”, sta condividendo una narrazione della propria realtà. Questa narrazione può essere letta come una rappresentazione parziale, filtrata da convinzioni, credenze e significati personali. Ogni difficoltà o ostacolo presentato può infatti essere collegato a identificazioni con ruoli, situazioni o modalità di essere che non esauriscono la totalità della persona e che, proprio per questo, generano sofferenza.

 

E proprio in questo contesto si inseriscono le cosiddette domande potenti (“powerful questioning” secondo la ICF) che non hanno la pretesa di risolvere il problema del coachee, ma di favorire una maggiore consapevolezza rispetto alla narrazione che sta portando, ampliando i possibili punti di vista, al fine di permettere al coachee di smettere di identificarsi con la sua stessa narrazione.

Ci sono momenti in cui il coachee pronuncia un semplice “Ah…”.È come se, in quell’istante, il velo si assottigliasse e un raggio di luce, un insight, lo attraversasse. Si colgono allora segnali corporei di distensione: il respiro cambia, la postura si ammorbidisce, la voce si fa diversa. Può emergere un silenzio carico di significato. Il coachee inizia a intravedere uno spiraglio di ciò che sta oltre la narrazione abituale; qualcosa sembra affiorare da una profondità finora non abitata consapevolmente. In quel momento accade qualcosa di intimo, che il coach può solo accogliere come testimone. È come se si aprisse uno spazio nuovo, in cui diventa possibile un livello più profondo di consapevolezza. Si tratta di un’esperienza che difficilmente può essere compresa o misurata attraverso i modelli tradizionali della scienza accademica, poiché nasce nell’unicità dell’incontro e della relazione tra coach e coachee.

In questi momenti si manifesta un’alchimia particolare nella relazione di coaching, forse il punto più profondo della sessione. La parte razionale del coachee tende ad affievolirsi, lasciando spazio a un processo creativo autentico, nel quale il coach assume il ruolo di facilitatore.

L’elemento che sostiene questo processo è la qualità della presenza: una presenza attenta, non giudicante e radicata nel momento. Quando la relazione di fiducia è stabilita, il coach può mantenere uno spazio che favorisce immaginazione e creatività, senza forzare il cambiamento.

 

Quando il coachee si sente davvero ascoltato e percepisce il coach come un alleato autentico, può allentare i meccanismi abituali di controllo, giudizio e difesa, può “mettere a cuccia il proprio cane da guardia”. Questo apre uno spazio di maggiore libertà esplorativa, in cui l’atto creativo può prendere forma. In questo senso, numerosi approcci contemporanei al coaching sottolineano l’importanza della presenza corporea ed emotiva e di una qualità di attenzione che coinvolge la persona nella sua interezza, non solo a livello cognitivo. Mi piace immaginare che i due cuori inizino simbolicamente a dialogare.

Il coach può ora permettersi di utilizzare strumenti che permettono di affiancare al pensiero razionale altre modalità di esplorazione dell’esperienza, come immagini, metafore, suoni, colori e simboli. Mi piace immaginarli come fossero “cavalli di Troia” della coscienza. Non per forzare un cambiamento, ma per aggirare le difese abituali del pensiero e accedere a livelli di esperienza che il coachee non aveva mai abitato consapevolmente. È in questo processo che diventano riconoscibili i “veli” che avvolgono il coachee: non come ostacoli da eliminare, ma come strutture di protezione che, una volta viste, cessano di nascondere il potenziale che custodiscono.

Fin dal primo contatto con il mondo del coaching, è stata abbattuta l’idea che il coach dovesse spingere, motivare, o in un certo senso aggiungere qualcosa per facilitare l’obiettivo del coachee. Quest’immagine del velo aiuta proprio a rafforzare il concetto che il coaching mira a togliere sovrastrutture, a ripulire; restituisce semplicità. Il velo si assottiglia, la nebbia si dirada, si inizia a scorgere ciò che c’era già. Si intravedono tutte quelle potenzialità che erano celate.

 

Rimane tuttavia una domanda aperta: se da un lato il coach ascolta attivamente il coachee, accogliendo racconti densi di vissuto, parole ed emozioni, da dove nascono gli stimoli che propone? Qual è la fonte delle intuizioni che orientano le domande potenti?

La postura non giudicante, l’atteggiamento di “non sapere” e la capacità di sintonizzarsi sul ritmo del coachee sono elementi fondamentali, ma lasciano spazio a una riflessione più ampia sulla qualità di presenza del coach.

Non ho risposte definitive a queste domande. Posso però attingere alla mia esperienza nel coaching e, soprattutto, al mio vissuto personale, riconoscendo che anche il coach porta con sé le proprie narrazioni e i propri “veli”. Proprio per questo, immagino il coach come qualcuno che, prima di tutto, si dispone in uno stato di apertura, rispetto e gratitudine, creando uno spazio interiore capace di sostenere una relazione autentica.

Mi piace pensare che il coach, nell’avvicinarsi a una sessione, debba innanzitutto “sintonizzare la propria antenna” su un canale che guarda oltre il velo. Uno stato in cui la separazione si attenua e l’incontro diventa possibile. È una condizione in cui ci si riconnette alla propria essenza, ritrovando se stessi per poter poi entrare in una relazione piena e presente con l’altro. È in questo spazio, fragile e potente allo stesso tempo, che diventa possibile accompagnare il coachee nel suo personale atto creativo.

Concludo con un’immagine che mi ha accompagnato durante la scrittura di questo testo: il Cristo Velato, una delle opere d’arte più intense che abbia mai incontrato. Al di là del significato religioso tradizionale, quest’opera rende visibile in modo straordinario il concetto di velo come separazione tra ciò che appare e ciò che è. Una separazione da cui sembra nascere la sofferenza.

Raimondo di Sangro riesce a trasformare un materiale pesante e freddo come il marmo in qualcosa di sorprendentemente lieve, quasi vivo, tanto che, osservandolo con attenzione, sembra respirare. È come se il velo non fosse un ostacolo da spezzare, ma una soglia da attraversare.

Come nel coaching, anche in quest’opera non si tratta di aggiungere qualcosa, ma di togliere ciò che separa, permettendo a ciò che già esiste di rivelarsi.

 

Michele Cerioni

Manager e Coach Professionista | Marche

michele_cerioni@hotmail.com

No Comments

Post a Comment

Chiama subito