Categoria: Il dialogo maieutico nel Coaching

Categoria: Il dialogo maieutico nel Coaching

dialogo maieutico

Il dialogo maieutico nel Coaching

Dono e scambio

Per agire un dialogo è necessario essere due. Nota scontata. Se invece paragoniamo il dialogo a una danza interattiva dove l’altro si fa, ogni volta e ad ogni passo vocale, segno indicatore di una verità celata, allora la cosa si complica.
Cominciamo a capire che due non esprime due entità separate parlanti bensì delinea già una relazione, cioè il legame di due assolto dalla corresponsabilità di una narrazione.

Il tutto rinvia all’essenza del lavoro di un Coach. Agire un dialogo maieutico, quale spazio privilegiato dato dalla sapiente articolazione di domande e risposte, conduce l’altro alla ricerca di significato e di verità.

Per questo la Maieutica nasce come arte dell’ostetricia rinviando alla capacità di condurre l’altro verso un processo generativo di auto-scoperta del sé, superando i limiti convenzionali e abbracciando la ricchezza di possibilità di senso, di idea, di azione. Quando facciamo esperienza di dialogo maieutico possiamo vederci e ascoltarci più chiaramente, possiamo meglio sentire ciò che siamo ma soprattutto possiamo accogliere la visione di ciò che possiamo essere. Anche questo è duale; la cosa vale tanto per il Coach quanto per il Coachee.

Il dialogo maieutico dà luogo a una composizione di senso, genera un punto di intersezione tra elementi che si rincorrono, coesistono, si richiamano continuamente l’un l’altro, tale per cui ogni parola segue quella precedente e precede quella che segue, sulla base di una filigrana comune che le attraversa.  Ciò che si compie nella dialettica trasformativa è precisamente un gioco di proiezioni all’indietro e in avanti, tra concetti, immagini, contenuti, canali di comunicazione e toni emotivi.
Nulla è casuale, funziona come un accordo musicale, definito in sè e per analogia dal senso del ritmo, della struttura, della semantica e della sintassi, dalla alternanza tra silenzi, espressioni e respiri.

Ogni dialogo in chiave Coaching può seguire l’ambizione luminosa e impegnata di una esattezza di toni e di stili, si presta  quindi a tessere  nella mente del Coachee una lettura di se stesso/a più appassionata, vibrante, voluttuosa, robusta, energizzante.
Come sostengono gli esperti musicisti “non è la quantità di note a fare la differenza ma la correttezza, la loro ritmica poetica “, o come Beethoven scrive riguardo alla sua forma creativa:
“Devo tenere tutto davanti agli occhi. È visione d’insieme che si compie come una armonica coesistenza”.

 

Scale e toni

Nulla avviene senza un’intenzione e una disposizione precisa. Occorre prepararsi sempre allo spettacolo della narrazione del Coachee. La maestria che conduce a saper gestire un dialogo maieutico veramente trasformativo si appropria dunque di tre elementi principali quali forma, equilibrio e sintonia, ciascuno dei quali è evocativo delle seguenti abilità:

1. Saper gestire le inferenze conversazionali e con queste i processi espressivi rigenerativi dei significati.

2. Dare vita a prassi comunicative capaci di cadenzare, all’interno di una punteggiatura linguistica di valore, il legame e l’effetto tra silenzi/vuoti e parole/pieni.

3. Essere disposti a sintonizzare tutte le otto variabili di un setting di dialogo ovvero i suoi elementi costitutivi: i partecipanti (parlante e ascoltatore), gli argomenti, la sequenza dei contenuti, le risorse disponibili (comunicazione verbale, non verbale, para-verbale), la punteggiatura di comunicazione, i valori e gli scopi del discorso.

 

Vuoto e pieno

La comunicazione che guida una dialettica trasformativa deve saper governare non solo efficacemente la parabola dei contenuti espressi ma soprattutto deve saper praticare con professionalità etica il vuoto/silenzio, senza il quale la magia dell’atto maieutico non può compiersi a sostegno dell’altro.

Ciò che unisce contenuto e relazione, all’interno di una dialettica di Coaching, non è dato solo dalla parola emersa bensì dal suo accordarsi ai silenzi di narrazione.
È importante lasciare spazio al vuoto, al silenzio, alla mancanza e all’assenza poiché senza questo non ci sarebbe possibilità di sorpresa, di scoperta, di esplorazione e di nuove opportunità per la messa in atto di una esperienza veramente generatrice e costruttiva.

Al contempo senza il valore del vuoto non ci sarebbe campo per il desiderio, l’attesa, l’immaginazione e la creatività, tutti elementi necessari al processo di auto-riflessione e auto-determinazione del Coachee. È all’interno di tutto questo che il soggetto viene supportato nella coniugazione logica ed emotiva del proprio pensiero critico e creativo, indispensabile per potersi dare alternative di scelta, di prospettiva, di azione.

Il dialogo maieutico è capace di tessere un cambiamento progressivo delle interferenze e sugli schemi di pensiero proprio attraverso la partitura tra pieni di parole e vuoti di riflessione, tale per cui la mobilità del soggetto è l’effetto di un ritmato fraseggio sull’onda di un bilanciamento continuo, in cui il Coachee non è solo, bensì sorretto e sostenuto dalla pratica del dialogo di Coaching.
È in questo modo che il Coachee ha l’opportunità di cambiare la percezione dello stato abitudinario delle cose; soprattutto ha l’opportunità di imparare per sé stesso la differenza importante tra capire e sentire quali categorie prime dell’attitudine a comprendere e a scegliere.

Noi della Scuola INCOACHING crediamo fortemente nel valore del dialogo maieutico quale strumento principe di una comunicazione efficace, intima e trasformativa, il tutto sorretto da un principio che guida le nostre prassi: “ i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” (filosofo Wittgenstein).

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In esclusiva per INCOACHING®, testo di Simona Rebecchi – Coach professionista diplomata INCOACHING®

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