Categoria: La Relazione tra il Restauratore-Coach e le Opere d’Arte-Coachee
Coach Coaching Anastasi, Giuda e Tamar

La Relazione tra il Restauratore-Coach e le Opere d’Arte-Coachee

In principio, quando ho cominciato a frequentare il corso di coaching, fin dalla prima lezione, il mio pensiero, spontaneamente, ha iniziato a fare un continuo rimando con la mia precedente professione di restauratrice di opere d’arte. La prima cosa che mi ha colpito è stata quando ho ascoltato la origini di questa disciplina, che in qualche modo vengono attribuite a Socrate, nel 469 a. C.. Mi ha colpito soprattutto uno dei suoi tanti motti io so di non sapere, in quanto mille volte me lo sono ripetuta davanti ad un opera che dovevo restaurare, perché ogni volta iniziavo un percorso nuovo che, inevitabilmente, mi avrebbe fatto mettere da parte le esperienze precedenti.

Immaginandomi Socrate circondato dai suoi allievi, vicino a dei templi e a statue possenti, non ho potuto evitare di ricordare che anche il restauro ha origine nell’antica Grecia, anche se al tempo si definiva più un atto conservativo. Nel proseguimento della storia del coaching ecco che si arriva, con un salto temporale considerevole, all’anno 1974 negli Stati Uniti, con W. Timothy Gallowey. Questi, professore universitario e istruttore di tennis, pubblicò il libro “The Inner Game of Tennis” nel quale si trova la sua semplice formula P = p-i, che mi fa accendere un’altra lampadina, in quanto l’allenatore sostiene che la prestazione è il risultato del potenziale meno le interferenze, interne ed esterne.

Si potrebbe dire la stessa cosa nel restauro, in quanto per tirare fuori tutta la potenzialità dell’opera, un intervento di restauro non è chissà quanto aggiuntivo, come molti pensano, ma interviene proprio nella rimozione delle interferenze, che per esempio possono essere sporco, polveri, interventi precedenti o ridipinture. Questa mia idea di confronto si rafforzava sempre più, e soprattutto vedevo una relazione straordinaria tra il restauratore-coach e l’opera d’arte-coachee.

Ho svolto il mestiere di restauratrice per più di venti anni, la maggior parte di questi passati da sola in silenzio con le opere d’arte, con le quali non potevo certo parlare, ma comunque le sentivo e ascoltavo e di conseguenza cercavo di instaurare con esse una relazione il più possibile facilitante. Ogni volta che avevo davanti ai miei occhi un “nuovo” manufatto che doveva essere restaurato, affinavo le orecchie e indossavo, nel vero senso della parola, gli occhiali da restauratore, per iniziare non tanto a guardare difetti, mancanze o ciò che non andava, ma carpire le ricchezze e le potenzialità che si potevano tirare fuori tramite una relazione che sarebbe stata diversa da tutte le altre, in quanto ogni opera è unica e irripetibile.

Spesso la teoria non va di pari passo con la pratica e tutto ciò porta ad un disorientamento totale. Inoltre per essere dei bravi professionisti è necessario creare un certo distacco con l’opera, in quanto il restauratore non può mettere niente di personale nel bene culturale ma deve solo, con il metodo, tirare fuori le potenzialità del manufatto, un vero processo maieutico per arrivare alla verità.

Consapevole di tutto questo, dovevo mettere da parte il mio giudizio, in maniera tale che il mio approccio fosse identico con tutti i beni culturali e guardarli nella loro peculiarità, nel loro mistero ancora non svelato. Il silenzio diventa un processo dove il restauratore-coach sa di non sapere, si svuota completamente delle esperienze precedenti e solo l’opera d’arte-coachee è esperta del contenuto.

Se pensiamo alla nozione di bene culturale, nel suo concetto più estensivo, cioè dove il bene ha un carattere di unicità, rarità, non riproducibilità e dove viene riconosciuto un valore di testimonianza culturale, è doveroso avere una responsabilità ed un etica nell’eseguire il restauro. E’ da qui che ho iniziato a fare sempre di più il paragone fra l’opera e l’essere umano, ed ecco perché, dopo tanti anni di esperienza nel campo del restauro, sostengo che la vera opera d’arte nella sua unicità e irripetibilità sia solo l’uomo. Come dice l’evangelista Luca “Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati” (Lc 11, 29-32), solo Dio può conoscerci uno ad uno, proprio perché non ci sarà mai un uomo uguale ad un altro nel suo fisico e nel suo spirito.

 

Restauratore-Coach e Opera d’Arte-Coachee

Sembra un po’ assurdo quello che ho scritto fin ora, poiché a questo punto viene spontaneo chiedersi: qual è nella pratica il nesso tra il restaurare un opera d’arte e il coaching? Come dicevo prima, appena ho iniziato il corso da coaching, ho avuto un immediato collegamento tra queste due figure professionali, ma la vera illuminazione l’ho avuta davanti ad una slide proiettata durante una lezione con l’immagine del tempio greco (che guarda caso è un bene culturale!!!).

IL tempio del coaching. INCOACHING

Questo raffigura in maniera sintetica il coaching ed è proprio analizzando una ad una tutte le sue componenti che ho trovato l’analogia con il restauro, che qui di seguito andrò a descrivere, ma prima ancora, mi sento di fare un ulteriore precisazione e confronto tra queste due metodologie.

Nel coaching, prima di avviare un rapporto con un cliente per verificare se ci sarà la possibilità di un percorso e di costruire questo ipotetico tempio, si concorda la prima sessione, che viene definita zero. Nel restauro, avviene la stessa cosa, in quanto ci sarà un primo incontro con l’opera (coachee) di vera e propria conoscenza, dove il restauratore in maniera limpida e chiara dovrà dire ciò che può fare e non può fare.

Avverrà una raccolta di informazioni (questionario), come per esempio l’eventuale autore, il committente, la tecnica esecutiva, la storia dell’opera; poi la valutazione dello stato di conservazione, per capire quale processo applicare e verificare se ci potrà essere armonia tra il “fare” del restauratore e la “richiesta” dell’opera d’arte (coach-ability) inoltre, la definizione di un intervento di restauro (obiettivo di percorso), il quale comunque potrebbe avere delle variazioni durante il cammino tra un intervento ed un altro (obiettivi di sessione). Dopo questo primo incontro e fatte le varie valutazioni, se si inizia il percorso, ci sarà un vero e proprio contratto (patto di coaching) e si inizierà il restauro che è un metodo e non come viene spesso erroneamente definito una tecnica.

Da qui parte l’analogia dell’intervento di restauro con quello del coaching attraverso la descrizione delle parti che compongono il tempio greco. E’ composto da tre colonne che al loro interno racchiudono diversi aspetti e che appoggiano sulla base, che è il METODO, dal greco “methodos” ossia “ricerca, indagine, strada, via”; già da qui notiamo che entrambe le professioni hanno la stessa identica base di partenza, un metodo pragmatico, agentivo e fatto di azioni. La prima colonna da sinistra è la RELAZIONE, potremmo definirla la colonna portante, perché se questa è ben costruita ne consegue che il metodo funziona.

Come già accennavo prima, anche il restauro si basa su una relazione facilitante dove le posizioni IO SONO OK/TU SEI OK (centratura OKness), rendono efficace il rapporto e determinano lo sviluppo del processo su un piano di reciproco riconoscimento e valorizzazione. La relazione è completamente simmetrica, ma nello stesso tempo questa fa sì che il contenuto, e quindi il lavoro eseguito, sia asimmetrico, completamente spostato sull’opera (geometria relazionale). Accogliere l’opera empaticamente, nella sua unicità, permette che il restauratore metta da parte il suo giudizio e accolga anche difficoltà, ostacoli o situazioni inaspettate, anche di sé, perché in prima istanza ci deve essere la capacità di accogliere se stessi, per poter cogliere e dare pieno spazio all’opera che è la vera protagonista (1A accoglienza).

Una buona accoglienza facilita l’apertura ad un buono ascolto, elemento fondamentale, che è dato principalmente da un silenzio essenziale, comunicativo, che dà spazio e fa capire al restauratore quali domande porre per far emergere le potenzialità dell’opera. Inoltre, questo deve assumere una posizione “meta”, andare in un livello superiore, per avere una prospettiva più ampia e poter vedere ulteriori soluzioni nel processo di restauro, che daranno inaspettatamente nuovi risultati. Il più delle volte, durante il percorso di restauro, c’è da parte del restauratore un vero e proprio disorientamento, un attacco di ignoranza assoluta, ma che definisco positivo, in quanto se accompagnato dalla curiosità e dalla consapevolezza, porta ad ascoltare ancor più attentamente e a fare nuove scoperte che aggiungono nuovi strumenti nel metodo (2A ascolto).

L’alleanza con il bene culturale è un altro filo conduttore, in quanto se non fosse così si metterebbe a rischio tutto il metodo, è una questione di valori intrinsechi, sia da parte dell’operatore, sia dell’opera, è necessaria una totale fiducia da parte di entrambi (3A alleanza).

Le tre A, descritte sopra, devono stare all’interno dell’autenticità, in quanto il restauratore con il suo operare, cioè fare, porta inevitabilmente anche tutto il suo essere, per poter tirare fuori al meglio le potenzialità dell’opera e farla rinascere nella sua originalità e unicità (4A autenticità).

Le 4A sono i fili conduttori per creare un clima ottimale per arrivare all’eccellenza, far emergere la “verità”, e in questa fase il restauratore instaura un dialogo che ha momenti di lunghi silenzi e riflessione, facendo domande molto aperte e restituzioni all’opera (maieutica).

Nella colonna della relazione facilitante non ci devono essere crepe, bisogna essere centrati in maniera tale che possiamo costruire la seconda colonna, quella centrale, che è il POTENZIALE. La bravura del restauratore è quella di tirare fuori al meglio il potenziale dell’opera che si vede, cioè conosciuto e in qualche modo utilizzato, ma soprattutto quello che non si vede, il non conosciuto e il non utilizzato (potenziale caratterizzante).

Nella mia esperienza, in quasi tutte le opere che ho restaurato sapevo di iniziare vedendo un manufatto che alla fine, con grande sorpresa, avrebbe cambiato il suo aspetto. Si cominciano così, tramite la relazione facilitante e ad una certa flessibilità nel metodo (mobilità interna), le prime prove d’intervento e compatibilità di materiali, inevitabilmente condivise con l’opera (work-in), che permetteranno al restauratore di capire se queste possono in maniera efficace tirare fuori ulteriori ricchezze e se siano allineate al proprio contesto. Se le prime fasi danno esiti positivi, è la conferma che le competenze applicate (competenze calde) sono allineate e si assisterà ad una bellezza nuova che emerge (motivazione interna). Quando dai primi interventi c’è già una buona reazione del manufatto, e da subito si vedono le potenzialità, è una condizione ottimale per passare alle fasi successive, c’è una concentrazione totale che porta ad un allineamento assoluto tra l’essere, il sapere e il fare, ed il restauratore con l’opera prova quasi una sensazione di estasi!!! (flow).

Inoltre, non bisogna dimenticare che l’opera non va vista singolarmente, estrapolata dal suo contesto, perciò nell’intervento di valorizzazione, bisognerà tener conto di dove sarà collocata, dalla fruizione del luogo, in quanto questi contribuiranno alla valorizzazione dell’opera (ambiente esterno).

A questo punto si pianificano le varie fasi del restauro, e si costruisce la terza colonna, PIANO D’AZIONE, dove sarà ormai abbastanza chiaro come procedere e come potrà evolvere l’opera (obiettivo di percorso).

Prima di ogni singolo intervento, comunque è necessario fare un’attenta esplorazione, a cui consegue una puntuale elaborazione che porterà all’esecuzione dell’intervento. Anche nel restauro ci sono dei tempi di attesa, tra una operazione e l’altra (sessioni), per far sì che l’opera assimili e in qualche modo elabori i materiali e gli interventi ricevuti (work-out). Nello stesso tempo, non bisogna mai sottovalutare, fino all’ultimo, possibili cambiamenti degli interventi ipotizzati, quindi è necessaria una costante e puntuale osservazione che viene supportata anche da una continua documentazione fotografica (monitoraggio). Entrando sempre più nell’intervento di restauro, e cogliendo con stupore le meraviglie che emergono, non si può fare a meno di osservare come alcuni processi avvengono spontaneamente, accadono in un susseguirsi di azioni che portano a stupefacenti risultati (agentività).

Andando verso il traguardo dell’intervento, si avverte con molta soddisfazione, ma soprattutto con molta convinzione, l’efficacia della giusta sequenza delle azioni, la capacità organizzativa, la fiducia nelle prestazioni, che messe tutte assieme, portano ad un successo totale (autoefficacia).

In tutti questi passaggi descritti, un ruolo importante lo hanno quattro meta-potenzialità, che vanno a formare il frontone del nostro tempio iniziale, denominato con l’acronimo C.A.R.E.®, che vengono chiamate in causa fin dall’inizio. Si potrebbe dire che la consapevolezza è la più importante, la madre, in quanto bisogna specificare che non è un punto di arrivo, ma un continuo perseguirla per un cammino sempre in evoluzione e di crescita. Il restauratore, proprio grazie alla consapevolezza, mette da parte il suo giudizio, si allinea con l’opera e scopre una conoscenza interna e una esterna che lo aiuteranno a tirare fuori il potenziale che migliorerà l’opera.

L’autodeterminazione è quella meta-potenzialità che consente all’opera di riprendersi in pieno il ruolo e soprattutto l’autorità di bene culturale. Tramite le diverse azioni eseguite che scatenano una forte motivazione, il manufatto genera un movimento intrinseco, il quale spinge, insieme al potenziale, verso l’arrivo all’obiettivo finale. Tutto ciò avviene anche grazie alla meta-potenzialità della responsabilità, senza la quale non ci sarebbe un processo evolutivo, in quanto permette di riflettere, metabolizzare gli interventi ricevuti e accettare ipotetici “errori”, non quanto tali ma come occasione di ulteriore miglioramento.

Infine con la meta-potenzialità dell’eudaimonia, l’opera inevitabilmente ha bisogno di esplicare il suo “daimon”, il suo spirito unico e irripetibile. Attraverso il potenziale si autorealizza, ritrova in pieno il suo splendore la sua vocazione, la quale ha bisogno di essere condivisa per la felicità propria e di chiunque comunicherà con essa. Senza lo scambio e il dialogo con l’ambiente esterno, un opera non avrebbe senso di esistere, soffre, va incontro alla morte. Ecco perché, se un manufatto arriva ad avere bisogno di un intervento di restauro (percorso di coaching), c’è al suo interno una forte autodeterminazione e motivazione di rinascita, in quanto è consapevole e responsabile del valore che può dare con la realizzazione del suo spirito attraverso l’eudaimonia.

In conclusione, ripensando all’immagine del tempio, che è la più grande creazione del genio architettonico greco e che mi ha permesso di tirare fuori tutte queste mie riflessioni, non posso fare a meno di essere grata e contenta di avere fatto un ulteriore passo di miglioramento, soprattutto per il mio cammino personale. L’aver avuto la possibilità di conoscere e approfondire ancor meglio il mondo del Coaching, con la serenità nel cuore mi ha permesso di poter rifare un tuffo nel passato, ripercorrendo la metodologia del restauro delle opere d’arte. Ciò, non solo mi ha reso felice, ma mi ha dato la conferma che il metodo mi appartiene e insieme a quello del Coaching, mi sono evoluta in una restauratrice dell’anima.

 

Dott.ssa Federica Papi
Restauratrice dell’anima
Life e Parents Coach
Pesaro
federicapapi@outlook.it

 

Note:

  • L’immagine di copertina è di Giovanni Anastasi, “Giuda e Tamar”, 1670-80, dipinto a olio su tela, Palazzo Mastai Ferretti, Senigallia (AN)
  • Il Modello C.A.R.E.® e le “4A” della Relazione Facilitante sono concetti di proprietà intellettuale della Scuola INCOACHING®.

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